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Pagina aggiornata il:  3/01/2007 05:41

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Dojo Kun

Regole del luogo ove si segue la via


Il "Dojo Kun", che letteralmente significa "regole del luogo ove si segue la via", è la rappresentazione linguistica dell'essenza del Karate-do, in altre parole il Dojo Kun è la risposta alla domanda "cosa è il Karate-do?".


Hitotsu, Jinkaku Kansei ni Tsutomuru Koto
Sforzati di perfezionare il carattere.

Questo primo precetto vuole indicare al karateka la necessità di uno sforzo complessivo di miglioramento. Detto così può sembrare la più ovvia e banale delle raccomandazioni. Il discorso cambia quando viene analizzato il significato specifico degli ideogrammi che compongono la frase. Il loro significato complessivo è estremamente forte, in quanto il livello a cui tendere deve essere il più elevato. La frase infatti non va intesa nel senso "cerca di migliorare il carattere", ma in quello ben diverso "cerca la perfezione del carattere".

Anche se è vero che il Karate è per tutti, ciò non significa che gli obiettivi che si pone sono alla portata di tutti, anzi... in realtà sono estremamente elevati proprio perchè la ricerca è il vero scopo, più dell'obiettivo in sè.


Hitotsu, Makoto no Michi o Mamoru Koto
Percorri la via della sincerità.

Anche questo precetto si presta ad una interpretazione banale, e cioè "non dire bugie". In realtà la "via della sincerità" è ben più impervia ed è ostacolata dal nostro più grande nemico. Noi stessi. La nostra irrefrenabile tendenza a mentirci (prima che mentire agli altri), ad attribuire sempre ad altre persone od al destino "cinico e baro" le cause delle nostre sconfitte e dei nostri errori. Nel momento in cui acquisiamo la capacità di guardarci dentro, di accettare (per superare) i nostri limiti, di ammettere le nostre colpe iniziamo a percorrere la "via della sincerità".


Hitotsu, Doryoku no Seishin o Yashinau Koto
Rafforza lo spirito tramite lo sforzo costante.

Come nasce un'affilatissima spada giapponese (katana)? Da un blocchetto d'acciaio che viene arroventato, gelato, martellato, ripiegato, arroventato, gelato, martellato... affilato. Così nasce uno spirito forte. Non vi è vittoria, conquista, miglioramento vero, senza che si paghi un alto prezzo, senza che si riesca a spezzare la barriera della pigrizia, della stanchezza, della noia.


Hitotsu, Reigi o Omonzuru Koto
Esercita il rispetto universale.

Questo è uno dei precetti più tipici della mentalità e della cultura Giapponese, ed è anche uno dei più difficili da comprendere per un occidentale.

Per prima cosa è da intendersi in senso biunivoco, cioè sia rispetta gli altri, sia fatti rispettare. Per raggiungere questo risultato gli ideogrammi indicano la via da seguire. Il percorso consiste nell'imparare a conformarsi sia alle regole di rispetto sostanziale, che a quelle formali e quindi al saluto, alla cortesia, all'etichetta. Infatti siccome la vita sociale è per definizione una vita di relazione, per contribuire a creare un clima armonioso è necessario usare, oltre ad un comportamento sostanzialmente corretto, anche delle forme esteriori riconosciute da tutti.

Ma vi è un secondo aspetto essenziale per la piena comprensione del precetto, e cioè le differenze profondissime che ci sono tra la morale orientale e quella occidentale nei campi decisivi della vita e dell'onore.
Un occidentale se si trova di fronte un avversario menomato, ad esempio perchè gli manca un braccio, ritiene "onorevole" limitare la propria azione per non "approfittare del vantaggio".
Per gli orientali questa è una gravissima mancanza di rispetto, in quanto implicitamente non si riconosce piena "dignità" all'altra parte che, ed è necessario ricordarlo, ha scelto di combattere.
La "pietas" per gli orientali non si esercita sollevando gli altri dai loro problemi, ma non negandogli mai l'opportunità di superarli con le loro forze, quindi con "onore".


Hitotsu, Kekki no Yu o Imashimuru Koto
Astieniti dalla violenza ed acquisisci l'autocontrollo.

Anche questo è un precetto di difficile comprensione per noi occidentali. In primo luogo perchè è opinione diffusa che la cosiddetta "spontaneità" sia un valore. Poi perchè l'autocontrollo qui non va inteso a "valle" (cioè controllarsi nel mettere in atto un comportamento dovuto ad una passione o istinto già pienamente subiti), ma va inteso a "monte" (cioè sapere controllare ed indirizzare sul nascere istinti e passioni). Per quanto riguarda il primo punto, l'equivoco nasce dalla confusione tra il concetto di "sincerità" e quello di "spontaneità". Infatti partendo dall'esigenza primaria di rispetto per gli altri, si capisce come spesso comportamenti detti "spontanei" non sono altro che comportamenti maleducati, o che comunque non tengono conto delle esigenze e delle sensibilità altrui. Per quanto riguarda il secondo punto penso che sia molto più efficace controllare (che non significa non vivere) gli istinti e le passioni al momento del loro sorgere, che cercare di reprimerle dopo.


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