Cosa non è il Karate-do
Karate-do non è violenza.
Domanda: come fa un'attività in cui si danno pugni e calci a
non essere violenta?
Bisogna intendersi infatti, il vero Karate tradizionale, pur potendo
vivere dei momenti violenti nel ju-kumite
(ovvero combattimento libero) rifugge dalla violenza in se stessa. Si
consideri che tutti i Kata
(lett. "forma", in pratica combattimenti stilizzati contro avversari
immaginari) iniziano sempre con una parata, volendo con ciò
significare che
quel combattimento, per quanto contro avversari immaginari, è
stato provocato
da un'aggressione. Certamente l'idea di porgere l'altra guancia è
estranea al
Karate, ma anche il fatto di essersi dovuto impegnare in combattimento
reale, per quanto vincente, è vista negativamente. Il massimo
livello si è raggiunto
quando si riesce ad applicare la massima di Sun-Tsu (generale e filosofo
cinese
del 600 a.c.) per cui il guerriero più grande è colui che
vince senza combattere.
Il Karate-do non è ne una religione ne una ragione di vita.
Il Karate-do non ha nulla di metafisico o di fideistico, per cui non può essere considerato un surrogato di un credo religioso. Altrettanto sbagliato è considerarlo una ragione di vita. E' semplicemente un mezzo, secondo me privilegiato, per cercare se stessi e il proprio equilibrio. Certamente la stessa ricerca può essere condotta in mille altri modi, ma il Karate-do, come ogni altra arte marziale seria, ha il vantaggio che tende a rafforzare contemporaneamente ed in maniera equilibrata il corpo, la mente e lo spirito.
Il Karate-do non è sottomissione ad un maestro.
La figura del "Maestro" è centrale in tutte le arti marziali, e nel Karate-do in particolare. Il vero "Maestro" si impone, prima che per la sua abilità tecnica (pure necessaria), per la sua autorevolezza morale e spirituale. Come si può intuire il pericolo è che il "Maestro" si trasformi in un "guru". Ciò in genere avviene più per carenze dell'allievo che per volontà del primo. Questo secondo me è un grave pericolo che snatura l'essenza del Karate-do, che è ricerca individuale della propria via. L'allievo e il "Maestro" sono in realtà due forme della medesima sostanza e l'una non può vivere senza l'altra. Non è solo l'allievo che si arricchisce in questo rapporto, che deve essere biunivoco, ma anche il "Maestro" trae beneficio dall'insegnamento. Secondo me un "Maestro" che ritenga di non avere nulla da imparare dai propri allievi cessa di essere tale.
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